Aprire una società negli Emirati: cosa dice davvero il Fisco italiano
C’è una domanda che quasi tutti gli imprenditori si fanno prima di guardare a Dubai: è vero che lì non si pagano le tasse? La risposta onesta è: non è più così semplice, e soprattutto il rischio vero non si trova negli Emirati — si trova in Italia. Chi apre una struttura emiratina guardando solo al lato del Golfo, e ignorando come reagisce il Fisco italiano, costruisce un vantaggio fiscale su fondamenta fragili. Vediamo perché.
Il mito dello “zero tasse” è finito.
Fino a pochi anni fa gli Emirati erano davvero una giurisdizione a imposizione sulle società pari a zero. Non lo sono più. Resta il regime agevolato delle free zone, ma è meno automatico di come lo si racconta. Per essere e restare occorrono, contemporaneamente e in modo continuativo, alcune condizioni:
• essere una società costituita in una free zone riconosciuta;
• mantenere sostanza economica adeguata nella free zone (personale, uffici, attività reale);
• produrre reddito qualificato secondo le attività ammesse;
• rispettare le regole di transfer pricing e tenere bilanci certificati;
• non superare la soglia de minimis di reddito non qualificato. Basta far cadere una sola condizione per perdere lo status di QFZP (Qualifyng Free Zone Person) non solo per l’anno in corso, ma per i quattro successivi. In altre parole: la free zone offre ancora un’opportunità reale, ma è un beneficio da conquistare e presidiare, non un automatismo garantito dalla semplice licenza.
Il rischio vero è in Italia, ed è su tre fronti.
Chi resta legato all’Italia — per residenza, famiglia o direzione dell’impresa — deve fare i conti con l’ordinamento italiano. Sono tre i fronti su cui l’Agenzia delle Entrate può intervenire.
1. La residenza fiscale delle persone
Con la riforma della fiscalità internazionale, i criteri di residenza delle persone fisiche sono cambiati. Si è considerati residenti in Italia se, per la maggior parte del periodo d’imposta, ricorre anche uno solo di questi elementi: iscrizione anagrafica (presunzione relativa), domicilio inteso ora come luogo delle principali relazioni personali e familiari, residenza come dimora abituale, oppure la sola presenza fisica nel territorio (contando anche le frazioni di giorno). Per gli Emirati il cittadino italiano che vi si trasferisce scatta la presunzione, cioè l’inversione dell’onere della prova. Non è il Fisco a dover dimostrare che sei ancora residente in Italia: sei tu a dover provare che il trasferimento è reale. E per le attività detenute in Paesi black list operano il raddoppio dei termini di accertamento e sanzioni aggravate, per le persone fisiche.
2. L’esterovestizione della società. Aprire la società a Dubai non basta se il “cervello” resta in Italia. Con l’esterovestizione l’Agenzia può contestare che una società formalmente emiratina sia in realtà residente in Italia, quando qui si trova la sede di direzione effettiva o la gestione ordinaria in via principale. L’effetto è pesante: la società viene trattata come italiana e tassata su tutti i redditi con le aliquote e le sanzioni nostrane.
3. La disciplina CFC
L’art. 167 TUIR (Controlled Foreign Companies) può imputare per trasparenza al socio italiano i redditi della controllata estera, indipendentemente dalla distribuzione degli utili, quando la controllata sconta una tassazione effettiva inferiore al 15% e produce oltre un terzo di proventi “passivi”.
Qui c’è una novità recente e importante, gli Emirati sono stati rimossi dall’elenco dei Paesi a fiscalità privilegiata rilevante ai fini CFC, proprio in ragione dell’introduzione della corporate tax al 9%. Attenzione però: la rimozione non rende automaticamente inapplicabile la CFC, che resta legata alla verifica della tassazione effettiva concreta della singola società. Una struttura in free zone che gode dello 0% può quindi ricadere ancora nella disciplina.
La sostanza economica: dove le due normative si incontrano.
C’è un elemento che unisce tutti questi fronti ed è, allo stesso tempo, la miglior difesa: la sostanza economica reale negli Emirati. Personale qualificato, uffici veri, un processo decisionale effettivamente radicato nel Golfo. È esattamente ciò che serve per essere QFZP dal lato emiratino, ed è ciò che neutralizza le contestazioni di residenza fittizia, esterovestizione e CFC dal lato italiano. Una struttura “di carta” fallisce su entrambi i versanti; una struttura sostanziale li supera entrambi. È qui che una pianificazione fatta bene fa la differenza tra un risparmio solido e un accertamento a distanza di anni.
“Tanto non lo verranno mai a sapere”: non è più vero.
Va sgombrato il campo da un’illusione ancora diffusa. Gli Emirati — come Singapore e Hong Kong — aderiscono al Common Reporting Standard (CRS) e trasmettono automaticamente all’Italia i dati finanziari. L’idea che una struttura offshore resti invisibile appartiene a un’epoca chiusa. Con il raddoppio dei termini, un trasferimento contestato oggi può generare accertamenti che si spingono molto avanti negli anni.
Come muoversi bene
Gli Emirati restano una delle giurisdizioni più interessanti al mondo per fare impresa, e la convenzione Italia-EAU contro le doppie imposizioni offre strumenti di coordinamento tra i due sistemi. Ma il vantaggio è reale solo se la struttura è progettata sui due lati insieme: quello emiratino e quello italiano. Il nostro studio segue le imprese proprio in questo: costruire negli Emirati una presenza sostanziale e conforme, e allo stesso tempo mettere in sicurezza la posizione verso il Fisco italiano, prima che diventi un problema.

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